Introduzione di My Splatter Valentine
Quando penso a Dylan Dog, mi torna sempre in mente quella sensazione di quando, nel 1986, è stato lanciato questo personaggio nell’abisso del fumetto italiano. Incubo non era solo una parola sul logo: era una promessa, un invito a esplorare il lato oscuro dell’esistenza senza troppi filtri, con un detective che non risolveva casi per gloria, ma perché l’alternativa – ignorare l’orrore – era peggio. Oggi, nel 2026, con il numero 473 intitolato “My Splatter Valentine”, la serie compie un passo simbolico: inizia ufficialmente il cammino verso i quarant’anni di vita. Non è un compleanno qualunque.
È il momento in cui ci si guarda indietro, si contano le cicatrici e si decide se continuare a inseguire fantasmi o lasciarli vincere. Claudio Chiaverotti torna alla sceneggiatura, Antonio Marinetti ai disegni, Gianluca Cestaro firma una copertina che omaggia, con un tocco splatter, il classico Arancia meccanica. E il risultato? Un albo che mescola lullaby inquietanti, suicidi di coppia e un’eco di vecchi incubi che non muoiono mai. Per chi ha tra i 30 e i 50 anni, come voi che leggete queste righe, questo numero non è solo un fumetto: è un promemoria che l’orrore, quello vero, non invecchia. Dylan Dog compie quarant’anni, ma l’incubo è sempre giovane.

L’anniversario di Dyland
In questo albo d’apertura dell’anniversario, vediamo Dylan alle prese con un caso che parte da un gesto estremo: una coppia che si getta sotto un treno, mano nella mano, in un suicidio-murder che sa di rituale. La cliente è Megan, una ragazza che porta con sé un sogno ricorrente: bambini che cantano una nenia spettrale, una melodia che gela il sangue e sembra provenire da un altro mondo. Man mano che l’indagine procede, altri giovani intorno ai ventun anni scelgono la stessa fine violenta, sempre in coppia, sempre con un’aura di inevitabilità.
C’è una donna morta diciassette anni prima in un incendio in un orfanotrofio, un fantasma che torna a reclamare qualcosa. Chiaverotti gioca con elementi classici della serie – la paura dell’infanzia violata, il suicidio come atto d’amore distorto, l’incubo che si fa realtà – e li condensa in una storia che parte fortissima, con un’atmosfera densa e opprimente, per poi perdere un po’ di slancio nella parte centrale e chiudersi in maniera frettolosa. Eppure, anche in questa imperfezione, c’è la firma inconfondibile di chi ha sempre creduto che l’orrore non debba per forza spiegare tutto.
Il caso di “My Splatter Valentine”: tra nenia e splatter
Proviamo a entrare nel cuore della vicenda. “My Splatter Valentine” non è un titolo scelto a caso: evoca San Valentino, l’amore romantico, ma lo contamina con lo splatter, quel sangue e quella violenza che negli anni Ottanta e Novanta erano il marchio di fabbrica di certi horror. La storia si apre con una scena cruda: due ragazzi, innamorati, decidono di morire insieme sotto un treno. Non è un gesto impulsivo; è calcolato, quasi cerimoniale.
Dylan viene coinvolto da Megan, che ha perso amici in circostanze simili e ora è terrorizzata da un sogno ossessivo. In quel sogno, bambini cantano una nenia che sembra provenire da un passato sepolto, una melodia che porta con sé immagini di fuoco e di urla. La ricerca porta a galla il nome di una donna deceduta in un incendio in un orfanotrofio: era lei la chiave? O è solo un’illusione, un modo per la mente di razionalizzare l’irrazionale?
La tensione di Chiaverotti
Chiaverotti dimostra ancora una volta la sua abilità nel costruire tensione attraverso dettagli apparentemente innocui. La nenia non è solo un sottofondo: diventa il filo conduttore, un elemento che collega le vittime, che le ipnotizza, che le spinge verso l’autodistruzione. Ricorda certe storie degli esordi, come quelle in cui l’infanzia era il luogo dove l’orrore nasceva e si annidava. Pensate a “Nenia”, albo indimenticabile: lì la melodia era un’arma, un richiamo mortale. Qui torna, mutata, contaminata dal tema dell’amore tragico, quasi shakesperiano, ma reso grottesco dalla violenza esplicita.
Marinetti, ai disegni, porta una modernità che non tradisce lo spirito della serie: linee pulite, volti espressivi, una Londra notturna che sembra respirare. La copertina di Cestaro, con Dylan legato e costretto a guardare qualcosa di terribile, richiama A Clockwork Orange ma lo reinterpreta in chiave horror: non è più solo violenza gratuita, è l’orrore che ti entra dentro e ti obbliga a vedere.
La trama, però, inciampa nella parte centrale. Dopo un avvio fulminante, alcuni passaggi sembrano prevedibili, come se il mistero si risolvesse troppo in fretta o con soluzioni già viste. Il finale arriva rapido, quasi brusco, lasciando il lettore con la sensazione che ci fosse ancora spazio per approfondire. Eppure, proprio in questa imperfezione sta una delle qualità di Dylan Dog: non è mai perfetto, come la vita, come gli incubi che ci svegliano sudati alle tre di notte. Chiaverotti sa che l’orrore vero non ha bisogno di spiegazioni esaustive; a volte basta una nenia, un sogno, un gesto estremo per farci dubitare della nostra sanità mentale.
I quarant’anni di Dylan: un anniversario che guarda avanti
Il 2026 non è solo l’anno del numero 473. È l’anno in cui Dylan Dog compie quarant’anni, un traguardo che pochi personaggi del fumetto italiano possono vantare. Tutto è iniziato il 26 settembre 1986, in edicola, con un albo che parlava di un incubo e di un uomo che lo affrontava armato solo di ironia, sigarette e una giacca nera. Oggi, quel logo con il 40 stilizzato compare sulle copertine, un promemoria che il tempo passa, ma certi terrori restano immutati.
Tra le novità annunciate, spicca un albo speciale a marzo, forse con una dominante rossa, che conterrà micro-storie collegate tra loro, un po’ come accadeva nei vecchi speciali degli anni Ottanta. Poi, a luglio, il ritorno di Xabaras, il nemico più iconico, quello che ha segnato la mitologia della serie. Non mancheranno probabilmente avventure a colori, come già sperimentato in passato. Ma la vera sfida, per chi scrive e per chi disegna oggi, è non limitarsi alla nostalgia. Dylan Dog deve continuare a essere contemporaneo: deve parlare di paure attuali, di ansie che i lettori di 30-50 anni portano dentro – la solitudine digitale, la precarietà, il senso di fine imminente.
In “My Splatter Valentine” c’è già un segnale in questa direzione: i giovani che scelgono di morire insieme non sono solo vittime di un fantasma; sono specchio di una generazione che fatica a trovare senso nell’amore, nella vita, nel futuro. Dylan, con i suoi quarant’anni sulle spalle (e i suoi eterni trentacinque nel fumetto), osserva tutto con lo stesso sguardo disincantato di sempre. È questo il miracolo della serie: invecchiare senza perdere la capacità di spaventare.
Conclusioni
“My Splatter Valentine” è un inizio dignitoso per l’anno del quarantennale. Non è il capolavoro assoluto, ma contiene abbastanza incubo, abbastanza nenia spettrale, abbastanza splatter da ricordarci perché amiamo questo personaggio. Chiaverotti e Marinetti consegnano un albo che parte con forza, si perde un po’ nel mezzo, ma lascia un retrogusto amaro che è tipico del miglior Dylan Dog. I quarant’anni non sono una celebrazione fine a se stessa: sono un invito a continuare a esplorare l’abisso, a non smettere di chiedersi cosa ci sia oltre il velo della realtà quotidiana.
Per chi ha accompagnato Dylan in questi decenni, questo numero è un ponte tra passato e futuro. Ci dice che l’orrore non ha età, che una nenia può ancora gelare il sangue, che l’amore può trasformarsi in qualcosa di mostruoso. E che Dylan Dog, con la sua giacca nera e il suo sguardo stanco, è ancora lì, pronto a rispondere quando l’incubo bussa alla porta. Buona lettura, e che i vostri San Valentino non somiglino mai troppo a questo albo. O forse sì: perché, in fondo, l’orrore è anche questo – riconoscere se stessi nelle pagine nere di un fumetto. Quarant’anni di incubi, e non è ancora finita.

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